di Giulio Foletti, storico dell’arte
La chiesa parrocchiale di S. Giorgio a Prato Leventina, posta su un lieve promontorio roccioso tra i prati, isolata dirimpetto al minuscolo villaggio, è senza alcun dubbio tra quelle di maggior pregio dell’alta Leventina. Quasi tutte le tipologie architettoniche che normalmente costituiscono le aree sacre della nostra regione (oggi si direbbe, con termine vagamente esoterico, i «luoghi energetici») sono riunite in questo complesso. Vi sono lo svettante campanile romanico, scolpito nel caldo calcare locale; la chiesa d’origine medievale (la prima menzione è del 1210) con il grande coro barocco; le cappelle aggiunte, le sagrestie e i residui delle epoche precedenti, ancora infissi nella muratura; il basso e intimo porticato tardomedievale dove la comunità era solita riunirsi per sbrigare le sue faccende, al riparo dalle burrasche che scendevano dal Gottardo; il cimitero civile ottocentesco, separato ma integrato nel complesso; l’ossario moderno, in sostituzione di quello più antico. A completamento di questa articolata area sacra non poteva mancare una Via Crucis architettonica, ovvero la canonica sequenza di quattordici regolarissime cappelle dipinte, che scandiscono il solido muro che cinge il colle.
Devozione e arte
La pratica devozionale della Via Crucis è relativamente recente. Nata nel primo Seicento in ambito francescano (né poteva essere altrimenti: i Francescani sono i custodi dei luoghi santi di Gerusalemme) trovò la sua codificazione e larga diffusione a partire dai primi decenni del Settecento. A Prato Leventina le fonti attestano che la struttura fu eretta una prima volta nel 1768 ma che poi fu ricostruita nel 1846, forse quando fu realizzato l’adiacente cimitero civile ottocentesco: sono cappelle semplici e massicce, coperte da un tetto in piode, con una nicchia rettangolare profonda e voltata. Nel 1985 fra Roberto Pasotti, cappuccino cresciuto e formatosi nel convento di Faido, venne chiamato dal Consiglio parrocchiale per realizzare il nuovo apparato iconografico, visto che quello antecedente, risalente all’epoca della ricostruzione, era costituito da ripetitive e consuete raffigurazioni industriali in ghisa. Non era la prima volta che l’artista si chinava su questo soggetto, peraltro consono alla spiritualità francescana che, per sua natura, è particolarmente attenta ai momenti essenziali della vita dell’uomo (la nascita attraverso la pia pratica del presepio; la morte meditata attraverso la via Crucis…): già nel 1961, non ancora trentenne, aveva dipinto una Via Crucis su tavola per la chiesa del Convento dei Cappuccini di Wil, nel Canton San Gallo; nel 1964 realizzava a graffito i dipinti delle cappelle di Giornico; nel 1979 due cappelle della Via Crucis del Bigorio; altre Viae Crucis seguiranno, su tavola all’abazia di Uznach nel 1997 e nel 2000 al Sacro Monte di Brissago, dove la stazione terminale è stata completata per sostituire l’affresco originale gravemente deperito. La stessa operazione è stata recentemente compiuta a Prato Leventina: l’inclemente meteorologia alpina aveva infatti parzialmente danneggiato i pannelli delicatamente lavorati a tempera, tanto da costringere Fra Roberto a intervenire per risarcire e restaurare il necessario; purtroppo il dipinto dell’ultima stazione, aperta verso settentrione, non era recuperabile. È così nata una nuova e intensa immagine, realizzata con la stessa tecnica e raffigurante la Vergine dolente china sul corpo inerte di Cristo.